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ACONCAGUA EXPEDITION (PARTE III)
18/11/2017
Americhe
Argentina



I campi alti e l’attacco alla vetta

Sono le nove del mattino quando, sotto un cielo scuro che non lascia presagire nulla di buono, lasciamo il campo base e la nostra Bat tent. Sembra di chiudere casa, ed in effetti un po’ lo è, perché questa tenda ci ha regalato comfort e calore per circa 10 giorni, quando fuori il freddo accompagnato dalle tenebre scendeva minaccioso. Nella salita di oggi a campo 1, abbiamo il vento come nuovo compagno di viaggio. Sembra quasi voglia frenare i nostri passi o forse solo metterci alla prova e vedere quanto sappiamo resistere. Arriva violento, bisogna fermarsi, puntare i piedi a terra ed aspettare che plachi la sua furia. Arriviamo a Plaza Canada ovvero campo 1 e nell’aria si avvertiamo un gelo particolare, è il temuto Viento Blanco che sta per abbattersi sull’Aconcagua. Le altre spedizioni già stanno montando le tende, sono tutte gestite da agenzie che fanno partire dapprima i portatori, che preparano il campo per i propri clienti. Noi no, siamo da soli, senza l’aiuto di nessuno, e questo fa si che tutte le manovre diventino più lente, pesanti e articolate. Ma la vera avventura risiede anche e sopratutto in queste piccole difficoltà, che rendono più forti ed al contempo rispettosi di quello che è più grande di noi, ovvero la forza della natura. Ovviamente i migliori posti per montare le tende sono già tutti occupati, riusciamo a trovare solo un falso piano e tra mille difficoltà montiamo la tenda. Arrivano i primi fiocchi di neve, ma è il vento che comincia a farsi sentire.

 Questa mattina ci risvegliamo sotto una bufera di neve e smontare la tenda sembra impossibile, ma dobbiamo farlo. Restare un altro giorno qui significherebbe perdere qualsiasi opportunità di salire in vetta. Prepariamo gli zaini e ci rendiamo conto di essere nuovamente carichi come muli. Il problema è che adesso siamo ad oltre 5000m sotto una bufera di neve. Le raffiche di vento cominciano a superare i 50km/h, l’unico modo per arrivare a campo 2 è seguire le altre spedizioni, non esiste più sentiero e la visibilità è pessima. Creiamo un piccolo trenino ed in fila indiana saliamo tutti molto lentamente. Trascorrono alcune ore, quello che è un tragitto che si fa con facilità è diventato molto impegnativo. Gli ultimi metri sono infiniti, facciamo 4 passi e ci fermiamo, prendiamo fiato ed ancora 4 passi. Siamo ricurvi su noi stessi, impossibile togliere guanti e fare fotografie. Arriviamo a campo 2, meglio conosciuto come Nido de Condores, stanchissimi e provati. Non è finita qui, con pala scaviamo una grande buca per crearci lo spazio necessario a montare la tenda. Sono caduti già oltre 25cm di neve, cerchiamo e troviamo dei grossi massi e con gran fatica facciamo un muro che oltre a rendere più ferma la nostra tenda la proteggerà dai venti forti. Sotto questa raffica diventa pericoloso anche usare il fornello in tenda, basta un attimo e può accadere l’irreparabile.

 Esausti ci chiudiamo in tenda, cerchiamo di prendere calore ma non è facile. Cominciamo a sciogliere neve, ma a 5.500m per avere un litro d'acqua occorrono oltre 30 minuti, e qui d'acqua tra me e Nick ne serve in abbondanza. Trascorre qualche ora ed il vento ci dà una tregua, sembra placare la sua ira, ma quando ormai è notte ecco infrangersi contro la tenda le prime raffiche del temuto Viento Blanco. Si abbattono con una potenza che inizia a preoccuparci, le senti arrivare da lontano, sembra quasi che ci avvisino, poi boom si abbattono inesorabili contro la tenda. Impossibile chiudere occhio. Le pareti laterali flettono tantissimo e ad ogni raffica preghiamo che reggano alla furia della bufera. Pensiamo che se non avessimo eretto un muretto a quest’ora avremmo già la tenda distrutta e noi con essa. I pensieri più brutti passano per la mente, circa ogni dieci secondi arriva una raffica, colpi secchi ed improvvisi. Ci mettiamo in collegamento col campo base e ci dicono che da domani il vento attenuerà la sua intensità ma è prevista altra neve. Oramai è l’alba quando le raffiche diventano “normali”, non abbiamo chiuso occhio, siamo stanchi e col morale a pezzi. Proviamo ad aprire la tenda, la visibilità è quasi pari a zero, non si vede nulla. E’ l’inferno bianco. L’Aconcagua sembra dirci di no. Il nuovo giorno passa tra lo sciogliere neve e riparare i danni fatti dalla tempesta, la veranda è inutilizzabile! Intanto continua a nevicare, ma per fortuna il vento è molto più debole. In queste condizioni sarà praticamente impossibile tentare la vetta. Comunichiamo col campo base e ci dicono che l’indomani sarà l’unico giorno dove il vento sarà debole ed il sole tornerà a splendere, poi di nuovo venti forti in arrivo. La vecchia strategia, ossia montare anche il campo 3 a Berlin 5900m è definitivamente saltata. I viveri a nostra disposizione sono contati per i giorni che avevamo programmato e non ci consentono di restare qui ed aspettare una nuova finestra di bel tempo.

 Nulla da fare dovremo tentare domani e superare un dislivello di oltre1500m, che in condizioni normali è fattibile, ma con tutta questa neve fresca diventa un’impresa ai limiti del possibile. Riusciamo a comunicare con altre spedizioni e tutti sono d’accordo nel partire questa notte alle 3.30 dal campo. Cerchiamo di dormire un po’, ma l’adrenalina e la quota ci fanno solo riposare. L’orario prefissato arriva presto, il cielo è stellato, siamo circa una quindicina di persone.  Le luci della frontale si cominciano a muovere tra le tenebre, partiamo tutti consapevoli che la vetta sarà irraggiungibile, ma arrivati fin qui abbiamo l’obbligo morale di tentare. Trascorrono quasi 4 ore ed arriviamo a campo 3 Berlin, in cielo splende il sole e non tira vento, ne approfittiamo per prendere calore. La salita si fa sempre più impegnativa e sono quasi le 12 quando arriviamo a Indipendencia 6.400m. Qui c’è un vecchio e malandato rifugio. E' un momento cruciale, dinanzi a noi il nuovo colle chiamato Portenzuolo del viento si fa subito riconoscere. D’improvviso il vento d’alta quota ci investe con gran forza, quasi a dirci di finirla qui. Oltre 500mt di dislivello ci separano ancora dalla vetta, la neve fresca, inoltre, che si trova lungo tutto il percorso, potrebbe provocare una  valanga ed anche se tutto andasse bene, arriveremmo in vetta intorno alle 17. Troppo tardi, troppo rischioso, mi viene in mente una frase del grande Simone Moro: “Saper rinunciare non significa fallire, bensì posticipare il successo”.

  Decidiamo di salutare la vetta che si erge sopra le nostre teste, strano perchè la vedi lì, così vicina eppure così ancora lontana. Ricominciamo la discesa che in poco tempo ci riporta a campo 2. Siamo comunque contenti perchè consapevoli che questi 5 giorni, vissuti in condizioni estreme, hanno segnato una delle pagine più dure, difficili ma anche tra le più belle ed emozionanti delle nostre vite. Abbiamo vissuto come protagonisti di un film d’avventura, conosciuto quanto il vento può essere pericoloso, cucinato sullo stesso materassino che ci sosteneva durante il riposo poiché in veranda era impossibile per neve e vento. Abbiamo condiviso, molte altre emozioni, sensazioni che a parole è impossibile raccontare. ‬‬‬Siamo arrivati al di là delle nuvole, confrontandoci con la natura selvaggia e potente, ma soprattutto con noi stessi. Noi uomini, spesso distratti dal vissuto quotidiano, a volte sentiamo il bisogno ancestrale di metterci alla prova e ritrovare la strada maestra. Su questa montagna abbiamo capito che non puoi bluffare e che per essere davvero onesto con l’altro devi prima esserlo con te stesso. Non aver paura di mostrare le tue debolezze, piangere se è necessario e ridere quando serve. Abbiamo imparato a trasformare la monotonia in gioia, il dolore in piacere. La montagna ci ha mostrato che può essere molto pericolosa, sa essere violenta, brutale, ma sa anche portare la pace nell’anima come quasi nessun altro luogo sulla terra e per questa sua naturale magia merita rispetto ed ammirazione. Reagire alzandosi e combattere, mettersi in gioco, non arrendersi fino a che c’è una possibilità è spesso più difficile che continuare ad abbattersi e piangersi addosso.

 Noi abbiamo scelto semplicemente di "vivere", che è più difficile sì ma ti offre l’occasione di rinascere giorno dopo giorno, notte dopo notte. Torniamo a casa senza nessuna vetta conquistata, ma come diceva il grande Bonatti, ed ora capisco davvero il senso di quelle parole, la vetta è solo il raggiungimento di un punto geografico. La montagna più alta resta sempre dentro di noi.





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